Riccardo Cocciante chiude il tour sul palco dell'Arena di Verona
Dopo oltre cinquant’anni di carriera, Riccardo Cocciante torna a raccontarsi sul palco dell’Arena di Verona, tra grandi classici, nuove canzoni e un’emozione che il tempo non ha mai scalfito.

Ieri sera l’Arena di Verona ha accolto Riccardo Cocciante per l’ultima data del tour “Io… Riccardo Cocciante”, un viaggio attraverso oltre cinquant’anni di carriera, arrivato in scena anche per celebrare i suoi 80 anni e la pubblicazione del nuovo album “Ho vent’anni con te”, uscito lo scorso marzo.
Quasi tre ore di concerto, 2 ore e 45 minuti senza pause, durante le quali Cocciante non sembra avere bisogno di fermarsi. Nessuna interruzione, neanche un sorso d’acqua: soltanto la musica, la voce e il pianoforte. Un dettaglio apparentemente piccolo, ma che restituisce la misura dell’esperienza accumulata in una carriera così lunga e, soprattutto, della straordinaria resistenza artistica di un interprete che ancora oggi riesce a stare sul palco con la stessa intensità.
L’ingresso è sulle note de “La grande avventura”. Cocciante arriva vestito completamente di bianco, elegante e riconoscibile, e fin dai primi minuti mette in chiaro che quello non sarà semplicemente un concerto celebrativo. È un racconto. Un racconto che attraversa il presente e il passato, alternando i brani del nuovo album a quelle canzoni che, nel corso dei decenni, sono entrate nell’immaginario collettivo italiano.
Da “Cervo a Primavera” a “Era già tutto previsto”, passando per “Celeste Nostalgia”, “Margherita”, “Bella senz’anima” e “Se stiamo insieme”, l’Arena si trasforma in un’unica voce. Sono canzoni che appartengono a epoche diverse, ma che questa sera riescono ancora a parlare a generazioni differenti, dimostrando come alcune emozioni non abbiano una data di scadenza.
E forse è proprio questo uno degli aspetti più interessanti della serata. Cocciante non si limita a cantare le proprie canzoni: prima di ogni brano ne racconta la storia, il momento in cui è nato, ciò che rappresenta per lui. Le parole diventano così una chiave per entrare dentro quelle composizioni e comprenderle oltre la melodia. È una sensibilità che non sempre si incontra sul palco e che permette al pubblico di ascoltare brani conosciuti da decenni con un’attenzione nuova.
Poi arriva il pianoforte. Da quel momento, Cocciante e il suo strumento sembrano diventare una cosa sola e non si separeranno più fino alla fine del concerto. “Ogni mattina quando mi sveglio mi metto al pianoforte”, racconta. Una frase semplice che forse più di molte altre riesce a spiegare il rapporto viscerale che l’artista ha con la musica: non soltanto un mestiere, ma una parte della sua quotidianità, della sua identità.
Sopra l’Arena c’è la luna piena. Le luci illuminano l’anfiteatro e, al centro del palco, c’è Cocciante con quella voce profonda, vissuta, segnata dal tempo ma ancora capace di conservare intatta la propria forza emotiva.
Ed è proprio il tempo uno dei protagonisti invisibili di questa serata.
“Quando ho cominciato non andava bene niente: la mia statura, il mio modo di cantare…”, racconta Cocciante. Parole che assumono un significato particolare ascoltate oggi, dopo più di cinquant’anni di carriera. Perché il tempo cambia le persone, modifica le voci, trasforma le mode. Ma ci sono emozioni che riescono a rimanere.
Cocciante appartiene a quella categoria di artisti capaci di osservare la vita nelle sue sfumature e trasformarle in canzoni. Canzoni che attraversano gli anni, cambiano significato insieme a chi le ascolta e continuano a trovare un posto nella vita delle persone.
E forse è questa la vera eredità di una carriera come la sua: non soltanto aver scritto e cantato alcuni dei brani più riconoscibili della musica italiana, ma aver dato una forma a emozioni destinate a sopravvivere al tempo. Perché, alla fine, tutto passa. Ma quando una canzone riesce a raccontare una verità, quella verità può restare per sempre.
Testo diRiccardo Danelli
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